Com’è stato per lei

Intorno ai nostri 30 anni ci siamo sentiti pronti entrambi per avere un figlio. Mio marito era pronto già più di un anno prima di me, ma mi ero licenziata da poco per avviare la mia attività freelance e anche per poter essere più flessibile e potermi occupare dei nostri futuri figli. Inoltre stavamo ristrutturando la nostra casetta e pensavo che sarebbe stato meglio avere già tutto perfetto per l’arrivo del neonato.

mamma e figli
Passeggiando

A inizio 2014 ci siamo detti che era il momento giusto per provarci. Eravamo entrambi agitati e ci chiedevamo se già sarei rimasti incinta al primo mese. Avevo persino cercato su Google ‘Come annunciare la gravidanza al proprio partner’.

Più passavano i mesi, più attenti eravamo: niente junk-food, tante verdure, sport, niente alcol, evitare il più possibile lo stress e soprattutto niente bicicletta perché poteva compromettere la fertilità maschile. Tutte cose lette su internet a cui davamo credito. Invano.

Controllavo il mio corpo e ciclo con la temperatura basale e stick ovulatori e ad ogni ritardo anche di un solo giorno del ciclo ero sicura che aveva “funzionato”. Un paio di volte ho pure calcolato la data presunta del parto. Questo non è normale, lo so!

Dopo circa 6 mesi faccio un controllo dal ginecologo, era tutto regolare, ma ci ha rassicurati che non sempre si rimane incinta subito. Passa ancora qualche mese e chiediamo al medico di base se procedere con altri esami anche per lui: “Ma no, è presto, siete soltanto stressati, piuttosto andate a fare una vacanza alle Maldive e vedrete che al ritorno sarai incinta”. Alle Maldive? Noi? Se proprio una vacanza sarebbe stata la chiave, allora in Islanda oppure tornare in Norvegia a vedere l’Aurora boreale.

E così, passa ancora qualche mese, e decidiamo di fare uno spermiogramma, anche se il medico non lo ritiene ancora necessario e non ci fa la richiesta. Ci bastava sapere che anche dal suo lato era tutto regolare e così prima o poi avremmo avuto un test di gravidanza positivo.

A inizio 2015, un giorno che non scorderemo più, abbiamo avuto la conferma che avremmo potuto provarci per anni e anni, ma non saremmo mai riusciti a fare un figlio. Pensiamo ad un errore di laboratorio e ripetiamo l’esame altre tre volte in laboratori diversi. Stesso esito, in ogni laboratorio.

Qualche settimana dopo inizia il nostro percorso PMA. Seguono innumerevoli provette di sangue, viaggi a Genova e Milano per esami genetici, ecografie e visite di coppia.

A maggio 2015, solo 3 mesi dopo la diagnosi dell’Azoospermia, ma a noi sembrava essere passata un’eternità, la biopsia testicolare (TESE) per cercare di recuperare spermatozoi da usare per una ICSI.

L’intervento doveva durare 2 ore, alla fine è durato oltre 4 ore nelle quali facevo avanti e indietro nella stanza dell’ospedale. Poco dopo la fine dell’intervento arrivano il medico operante e la biologa, entrambi con uno sguardo quasi di compassione a dirci a voce bassa che non era stato recuperato nulla e che l’unica strada sarebbe stata la fecondazione eterologa all’estero perché in Italia era appena stata legalizzata e gli ospedali non erano ancora pronti.

Ovviamente tra la diagnosi e l’intervento avevamo già parlato se voler procedere o meno con l’eterologa in caso di esito negativo della biopsia. Abbiamo scritto qui un articolo sulla nostra scelta di donazione non-anonima e la decisione di condividere con i nostri figli il percorso che ha portato alla loro nascita.

Un paio di giorni dopo la TESE ci sposiamo. Solo noi due, come volevamo noi. Ce lo avevano raccomandato al Centro di Procreazione Medicalmente Assistita di Milano. Per noi era più una cosa pro-forma, dopo più di 10 anni insieme.

In questi mesi la nostra vita sociale si è ridotta praticamente a zero, troppo eravamo impegnati a elaborare questa situazione e a riflettere sul nostro futuro. Non abbiamo mai nascosto di avere problemi di fertilità a chi ci chiedeva perché ancora non avevamo un figlio, ma preferivamo comunque stare piuttosto soli. Uscire, ridere con spensieratezza o semplicemente divertirci non faceva per noi in quel momento.

Dopo lunghe ricerche, tabelle excel con pro/contra per ogni clinica, abbiamo trovato quella che ci convinceva di più. Il centro ProCrea a Lugano in Svizzera. Fissiamo il primo colloquio su Skype e partiamo nuovamente con una lunga serie di esami.

Analisi del sangue, ecografie, tamponi, isterosalpingografia. Nel giro di due mesi la clinica ha il quadro completo e ci presenta il protocollo da seguire: aumento il dosaggio del medicinale per ipotiroidismo e a inizio agosto facciamo il nostro primo tentativo di IUI. Senza stimolazione, perché i valori erano buoni, a parte una positività agli anticorpi anti-nucleo, curata con il cortisone.

Dopo tre monitoraggi arriva finalmente il giorno dell’induzione dell’ovulazione tramite puntura. Ci facciamo una “mini-vacanza” di due giorni sul lago di Lugano in attesa dell’inseminazione. Nell’ultimo anno però avevo imparato a riconoscere i segnali dell’ovulazione e ancora prima di procedere con la IUI sapevo che il giorno prestabilito per l’inseminazione era troppo tardi. Passano due settimane, facciamo il test di gravidanza. Negativo, come immaginavo. Smetto di prendere il progesterone, arriva il ciclo e ripartiamo subito con il secondo tentativo, stavolta con una leggera stimolazione.

Dopo la prima ecografia di controllo nei primissimi giorni del ciclo, dal quinto giorno in poi ogni sera mio marito mi fa la puntura di Gonal per favorire lo sviluppo di due follicoli. Questa volta faccio tutti i monitoraggi ecografici e analisi di sangue a Lugano, più per scaramanzia che per reale necessità. Ogni due, tre giorni quindi parto in treno per lavorare durante il viaggio alle 5 del mattino, arrivo a Lugano per le 11, alle 12 ho l’appuntamento per il monitoraggio e alle 14.30 ho il treno del ritorno. Arrivo a casa la sera alle 21.30, giusto in tempo per la puntura. All’ultimo monitoraggio andiamo su in macchina. Prenotiamo un hotel per qualche giorno non sapendo precisamente quando sarà il giorno dell’inseminazione.

Arriviamo all’ultimo controllo prima dell‘induzione dell’ovulazione e il ginecologo dice: ‘Ci sono due follicoli:18 e 19 mm. Dopodomani facciamo l’inseminazione, o forse domani’. Rispondo su due piedi: Domani, domani. Mi sentivo che aspettare due giorni sarebbe stato di nuovo troppo tardi. Questa volta siamo più agitati. Arriviamo alla clinica e ci fanno aspettare mezz’oretta. Il tempo di scongelare il seme, procediamo con la IUI e aspettiamo 10 minuti nella stanza. In quella stanza c’era un quadro di Venezia, lì abbiamo trascorso la nostra prima vacanza insieme.

Passano di nuovo due settimane di attesa e il 14esimo giorno siamo già svegli dalle 3 del mattino. Non riusciamo più a dormire e facciamo il test delle urine. Negativo. Neanche una piccolissima ombra della seconda riga. Siamo devastati dal dolore, ci corichiamo di nuovo entrambi con le lacrime agli occhi e cerchiamo di farci forza per un nuovo tentativo.

Il mattino chiamo il centro per dire che anche questo tentativo non è andato bene. Mi consigliano comunque di fare le beta tramite esame del sangue. Sono le 8:30. Corro all’ospedale, per fortuna abitavamo vicino. Faccio l’analisi e alle 11 è già disponibile il referto. Apro il pdf e leggo “Beta HCG – 112,6“. Chiamo mio marito e gli dico il risultato. Non possiamo crederci. Chiamo il centro e chiedo some sia possibile che il test delle urine sia negativo mentre quello del sangue positivo. Non ci capisco più nulla. Mi dicono che è più affidabile l’esame del sangue e di non considerare l’altro. In effetti, potevo arrivarci anche io, ma ero troppo confusa. Pensiamo di nuovo a un errore di laboratorio. Chiamo l’ospedale per sapere se è possibile che abbiano scambiato le provette. Il mattino dopo ripetiamo le beta, per sicurezza in un altro ospedale. Il valore è aumentato a 173. Siamo felicissimi, ma ancora non riusciamo a capire del tutto che veramente sono incinta.

Aspettiamo con ansia la prima ecografia a 6+0 e grazie all’ecografo di ultima generazione si vedeva già il cuore battere. Un’emozione indescrivibile. Le ultime settimane della gravidanza sono caratterizzate da tanta paura e preoccupazioni per via di un problema alla placenta, ma a maggio 2016 dopo qualche giorno nell’incubatrice possiamo tenere finalmente nostra figlia tra le braccia.

Qualche mese dopo la sua nascita chiediamo al centro di riservare per noi le ultime tre provette dello stesso donatore per un’eventuale seconda gravidanza.

Nella primavera del 2018 ci sentiamo pronti per un secondo figlio. Ripetiamo tutti gli esami e seguiamo esattamente lo stesso protocollo usato per la prima gravidanza. Arriva il ciclo e partiamo con la stimolazione. Ogni sera la puntura di Gonal, monitoraggi direttamente nella clinica a Lugano.

Questa volta ci accompagna anche nostra figlia e mentre siamo nella clinica ad aspettare il nostro turno, le spieghiamo con un libro quello che facciamo lì. Anche se aveva solo due anni e probabilmente non si ricorderà nulla, volevamo renderla partecipe. All’ultimo monitoraggio prima dell’induzione dell’ovulazione il ginecologo dice: ‘Ci sono due follicoli, uno dominante di 19 e uno più piccolino che probabilmente si riassorbirà di 15 mm. Facciamo oggi la puntura di Gonasi per l’induzione e poi l’inseminazione tra due giorni’. Chiedo se possiamo farla il giorno dopo, esattamente come avevamo fatto per il secondo tentativo che era andato bene e per fortuna il ginecologo dà il suo ok. E così l’inseminazione avviene il giorno seguente che è anche il giorno del secondo compleanno di nostra figlia. Che coincidenza.

Aspettiamo due settimane, l’ansia questa volta era forse ancora maggiore, sia perché questa volta pensavamo di avere solo un follicolo buono, sia perché desideravamo così tanto regalare un fratello o una sorella a nostra figlia e avevamo paura di non riuscire. In più avevamo soltanto tre tentativi, le ultime provette di questo donatore. A differenza di tanti altri paesi, in Svizzera la donazione è molto regolamentata e il limite massimo di figli nati dallo stesso donatore è otto. Avevamo già discusso con il ginecologo di fare un tentativo di IUI e poi passare alle tecniche di secondo livello che però sono anche più invasive.

Arriva il 14esimo giorno dopo l’inseminazione. Non eravamo molto ottimisti, eravamo già stati molto fortunati con solo due tentativi per la prima gravidanza. Questa volta saltiamo il test delle urine e facciamo subito le beta. Mando i codici per il referto online a mio marito così anche lui può verificare durante la mattinata, perché io come tutte le mattine, anche quel giorno ero al parco giochi e non potevo verificare spesso se erano già disponibili i risultati. Verso le 11.30, entrambi nello stesso momento, ma in due luoghi diversi, apriamo il referto, senza sapere che l’altro anche lo stesse aprendo. Ancora prima di poter leggere il risultato perché stavo aiutando nostra figlia a salire su uno scivolo, mi chiama mio marito e dice: ‘Hai visto?’ E io: ‘no, si stava aprendo il pdf ma poi hai chiamato e non sono ancora riuscita a vedere. È negativo, vero?’ Silenzio… Dopo quella che è sembrata un’eternità, mio marito dice solo: ‘336’. Era surreale. Non riusciamo a crederci. Il giorno dopo ripetiamo l’esame in un altro laboratorio per escludere nuovamente un errore di laboratorio e le beta erano già raddoppiate. Questo valore così alto ci preoccupava e aspettavamo con ansia la prima visita dalla nostra ginecologa.

All’esame ecografico la ginecologa ci fa vedere prima una camera gestazionale con un cuoricino che batteva. E poi una seconda camera gestazionale, però vuota. Era ancora presto per sapere se era un ritardo del secondo feto oppure se questa seconda camera gestazionale si sarebbe riassorbita. Evidentemente anche il follicolo da 15 mm era stato in qualche modo fecondato e la gravidanza era iniziata come gemellare. Due settimane dopo, al controllo successivo, questa camera si era quasi completamente riassorbita. Anche se in realtà speravamo di vedere due cuori battere, la ginecologa ci ha confortati e ha alleviato la nostra tristezza anche in vista delle complicazioni legate a una gravidanza gemellare.Anche in questa gravidanza le ultime settimane sono state travagliate e hanno messo a dura prova la nostra piccola famiglia, ma a gennaio 2019 è finalmente nato nostro figlio.

Non abbiamo mai dato per scontato quanto siamo fortunati con i nostri due figli. È il loro diritto conoscere la verità e, se lo vorranno, conoscere i dati del donatore, quando avranno 18 anni. Ancora prima del loro concepimento avevamo deciso di essere sinceri con loro e di raccontargli fin da subito il percorso che ci ha portati a diventare una famiglia.

mamma e figli
Sguardo sul mare

Vedere ogni giorno il legame e l’amore tra loro due e il loro papà mi riempie il cuore di gioia. Non avrei potuto chiedere un padre migliore per i nostri figli, l’impegno, la dedizione e l’amore che ogni giorno e notte dimostra nei loro confronti, è davvero ammirevole.

Siamo consapevoli che sicuramente in futuro ci saranno momenti difficili e i bimbi diranno forse ‘non sei il mio vero padre’, così come forse durante l’adolescenza diranno anche ‘vorrei che non fossi mia madre’. Con tanto amore e dialogo cercheremo di rendere la nostra scelta comprensibile per loro, mettendo in evidenza quanto fossero desiderati.

Solo poco più di 2000 parole per riepilogare la nostra storia di infertilità; sembra poco, ma questi quattro anni sono stati i più intensi della nostra vita. Per sapere come mio marito ha vissuto in prima persona l’infertilità maschile, leggete la sua testimonianza più emotivaCom’è stato per lui”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *